Non sono un chiaccherone e non lo sono mai stato, uno di quelli che non perde occasione per dire la propria, uno di quelli che ama ascoltarsi e vedere l'effetto che le proprie parole hanno sulla gente. Odio andare dal medico perchè odio i discorsi vuoti, banalmente autoreferenziali, senza ragione alcuna d'esistere se non ammazzare l'attesa per un foglio rosso, firmato da uno che era meglio se da piccolo lo iscrivevano ad un corso di grafia. Sono uno che quando la domenica arrivano gli amici di famiglia finge di essere ancora a letto e poi si presenta a tavola due minuti prima che si riempiano i piatti per liquidare le formalità con un "ciao" generale e qualche sorriso. Sono uno che quando va all'estero e trova gli italiani nello scompartimento del treno per Amburgo finge di essere spagnolo ostentando il libro di poesie di Rafael Alberti per essere lasciato in pace, salvo poi scoprire che gli italiani sono di Madrid emmò so cazzi tua!
E poi capita che questa sera qualsiasi pensiero, ricordo, sensazione mi passi per la mente senta il bisogno di avere voce, di essere partecipato, di farsi sentire da chi mi sta accanto, mi tiene la mano, e appoggia il mento sulla mia spalla, mentre camminiamo. Non so se questa sia la Felicità ma pure se non lo fosse ne è un'ottima approssimazione e questo è ciò che conta (almeno finchè non sali a noia a chi ti ascolta alzando dolcemente gli occhi al cielo; ma stasera sono felice, tanto, e va bene così, e la mia malinconia può starsene distratta per una volta).
Scritto tutto d'un fiato, con un giubbino ancora sulle spalle, uno di quelli che tengono il vento, di quelli che se cerchi bene, nella tasca interna sinistra, quella vicina al cuore, ci trovi gioie inaspettate, un giubbino che non è tuo, ma che appendi in mezzo agl'altri, come se lo fosse stato da sempre.
martedì 9 ottobre 2007
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