giovedì 14 luglio 2011

L'inventore

"Usa questa tua dote per inventare qualcosa per non farci mancare..."
"...per te posso inventare storie, racconti, strappi di vita, posso inventarti giornate fiorite di gonne e profumi, o tristi di pioggia e tazze di thè, inventarti attimi fermi di noia e caldo, o freschi e leggeri di brezza salmastra, posso inventarti ore fragorose di risate che scaldano il cuore e t'indolenziscono gli zigomi, ore cieche di passione, di unghie e di sudore, posso inventarti mattine di occhi stropicciati e sorrisi stupidi nel tepore di lenzuola lievi, pranzi pomeridiani silenziosi di parole e rumorosi d'intimità, posso inventare la Bastille presa domani, che oggi ci siamo chiusi dentro noi a tenerci stretti, sdraiati sopra la polvere da sparo che è nostra soltanto,
posso inventarti nuvole uguali sotto cieli diversi e lune diverse sopra cieli uguali, posso inventarti libri tranquilli e sonnolenti, o poesie inquiete e feroci, che non riesci a finire. Questo e ancora posso inventare, ma più invento e più sfuma il confine tra invenzione e realtà, e più aumenta la distanza tra anelare e vivere".

domenica 3 luglio 2011

Il ladro

Rubare piccoli momenti di vita e d'amore, quando hai la fortuna di sentirla passare e di vederlo, rubarli senza essere scoperto, senza distrarti, che sono un attimo e poi non tornano, come quando sgrani tra le mani un pugno di farina.
L'odore forte di olio e carne che cuociono sul fuoco.
Tuo padre che mi parla del vino mentre gioca con un anello d'oro che porta al collo.
La delicatezza vergognosa di tua sorella che mi risponde voltandosi a cercarti.
Lo specchio del bagno che ti riflette al mattino, nel freddo assonnato e secco di montagna.
Una piccola stella sopra i tuoi seni.
E me ne sono andato, con silenziose gocce di pioggia a bagnarmi il vetro, e le dita ancora sporche e profumate di mirtilli.

martedì 28 giugno 2011

BaR Giulia

E poi un giorno successe, così, all'improvviso. Successe che R smise di parlare. Non è che fosse diventato muto. Non è che si fosse ammattito. Semplicemente non aveva più nulla da dire. Sua madre se ne era fatta una ragione. Sua moglie lo aveva lasciato, dopo l'ultimo esaurimento nervoso. Sua figlia riceveva trimestralmente i soldi per la retta dell'università più un piccolo bonus per libri e spese quotidiane, e non si preoccupava d'altro. In fondo sembrava che al mondo non interessasse poi tanto che R non avesse più nulla da dire. E R sembrava non interessarsi del mondo. Lo si poteva vedere con una biro in mano, mattino, pomeriggio e sera, guidarla sui fogli bianchi del suo taccuino in pelle, seduto al tavolino sgangherato di legno verde fuori dal Bar Giulia, tutti i giorni della settimana. Tranne il Martedì. Alcuni dicevano che sul suo taccuino scrivesse poesie per B, suo unico e vero amore, conosciuta in un pomeriggio di vento furioso a Trieste, in Piazza Unità d'Italia, mentre cercava di fotografare il golfo, con il cavalletto che gli volava da tutte le parti e i capelli neri di B che facevano capolino in ogni scatto. Altri dicevano che disegnasse a tratti veloci e imprecisi la silhouette di B, il suo cane di quando era ragazzo, un elegante e fedele setter irlandese che amava il frisbee ma che aveva la sua vera passione nelle ciabatte di cuoio di R. Infine c'era chi diceva che scarabocchiasse e basta, senza alcun senso apparente, e le uniche cose che si riconoscevano, in quel groviglio caotico di ghirigori, linee, virgole, vortici e curve d'inchiostro, erano delle piccole B, a bordo pagina.
Martedì della settimana scorsa, restammo tutti stupiti nel vederlo presentarsi di buon ora al Bar Giulia. Sembrava diverso dal solito, sembrava più felice, o meno rassegnato, non saprei. Aveva come una luce in fondo agli occhi, la stessa che hanno i ragazzi al rientro a scuola dopo le vacanze estive, una sorta di vergognosa paura e di eccitazione insieme. Ordinò un toast al formaggio e una spremuta d'arancia, senza parlare ovviamente, ma tamburellando allegro sulla lista unta e ingiallita dal sole. Pagò l'ordinazione, uscì dal Bar Giulia, si voltò verso di noi e sorrise, prima di superare il tavolino di legno verde e sparire in fondo alla via. Alcuni dicono che avesse deciso di andare a cercare B, conosciuta a Trieste in un pomeriggio di vento furioso, suo unico e vero amore. Altri sono della stessa idea. Non lo vedemmo mai più.

sabato 18 giugno 2011

Piccole cose

"Che hai da guardare?"
"Come?"
"Dico, che hai da guardare?"
"Non sto guardando niente...conto"
"Conti? E cosa conti?"
"Sto contando quante forcine togli dai capelli e quanti giri di elastico ti passi tra le dita per legare la coda..."
"Non ti capisco, e perché lo fai?"
"Quante persone credi che sappiano in questa stanza quante forcine avevi nei capelli?"
"Credo nessuno, non lo so nemmeno io...ma che importanza ha? Perché t'interessa?"
"M'interessi tu, sopra ogni altra cosa"
"...e quindi conti le mie forcine"
"E quindi conto le tue forcine, si...sono i particolari, le piccole cose, questo ci distingue, e questo voglio conoscere"
"Mm...e quali altri particolari vuoi conoscere?"
"Il rumore dei tuoi passi sulle scale, il suono del campanello alla porta quando sei tu a suonarlo, quanto riempi un bicchiere a tavola, che odore ha il tuo cuscino al mattino, quanti minuti fai cuocere la pasta, come ti succhi il dito se ti tagli, quanti nodi fai alle stringhe delle scarpe, cosa scrivi sugli specchi appannati dal vapore della doccia, che forma prendono le tue labbra un'attimo prima di piangere e i tuoi occhi un attimo prima di ridere, con che mano sfogli i libri, come tieni la penna tra le dita, come saluti il casellante dopo aver pagato, quanto riesci a tenere il fiato sott'acqua, il tuo colore preferito per le mollette del bucato, la faccia che fai se mangi un limone, la faccia che fai se cerco di baciarti, l'impronta dei tuoi piedi nella sabbia, l'impronta delle tue mani nell'erba fresca, come ti si affanna il respiro dopo una corsa..."
"....e...nient'altro?"
"Questi e tutti quelli che potrò amare"
"Le piccole cose, eh?"
"Si, le piccole cose"

martedì 7 giugno 2011

Tra pubblico e privato

Cadono ancora bombe su Tripoli, e pioggia tanta sull'Italia nord.
Ma cosa vuoi che dica? Ho lasciato il cilindro sul tavolo di scena e pure il coniglio si è accorto del trucco. Non c'è più nessuno. Nessuno in teatro, nessuno in sala, nessuno nemmeno nel foyer.
Che scrivo se quando chiudo i miei, vedo ancora i tuoi occhi?
Credo che mi mangerò il coniglio.