domenica 1 maggio 2011

Piccole donne piangono

Non ricordo quanto tempo è passato, saranno tre, forse quattro anni. Stavamo andando a Roma, io e Matteo, era un Milano-Roma o forse Verona-Roma, poco cambia, poco importa, fermate solo a Bologna e Firenze. Un lungo tubo di metallo e rumore per una doppia via metallica e rumorosa che scende verso Sud, oltre il Po, ben oltre il Rubicone. Non ricordo neppure il motivo per cui andavamo a Roma, anche se non si ha necessariamente bisogno di un motivo o di una scusa per andare a Roma: è come un'amante bella e esperta che non si stupisce quando vai da lei e non ti chiede spiegazioni, sa benissimo perché sei li, e si lascia guardare in silenzio, prima dell'amore.

Sul lungo tubo di metallo, parole, musica negli orecchi, denti che masticano, occhi che ridono, vite che scendono, vite che salgono, teste che dormono ciondolanti dallo schienale. Lei sale a Bologna, ha stivali neri, una gonna nera a fiori rossi, una camicia stretta, nera anche quella e aperta fino al terzo bottone. Un caschetto rosso con i capelli che chiudono ai lati il viso magro nascosto da un paio di Ray-Ban azzurri su montatura dorata, un naso sottile e impertinente, labbra piccole e carnose.

I quattro sedili a fianco ai nostri sono tutti liberi, prende posto in quello più vicino al mio, seduta con le gambe dondolanti nel corridoio, oltre il bracciolo. Mi guarda sfrontata, mi fissa senza espressione, gli occhi ben nascosti dalle lenti colorate. Io ricambio lo sguardo, lei si alza e sparisce oltre la porta del vagone. Decido di non seguirla, sfiorato per un istante dalla eccitante ancorché scomoda consapevolezza dell’uomo oggetto e poi più seriamente convinto dall’idea di aver frainteso, seppur con una punta di rammarico. Fermiamo a Firenze, mi alzo e vado a cercarla, forse per orgoglio di mascolina conquista o forse per più delicata e femminea curiosità: la trovo, qualche vagone più in coda, premuta contro un finestrone unto, indaffarata in un bacio annoiato e gonfio di fredda sessualità, con un ragazzo alto e corpulento, ancora segnato dall’acne giovanile. Forse non mi ero sbagliato del tutto. Torno al mio posto, il treno riparte, penso a lei. Arriviamo a Roma, e prima di scendere la rivedo, nel divisorio tra due vagoni, vicino al cesso, seduta sulla sua grossa valigia, che piange lacrime lunghe sulle guance arrossate. Non la rivedrò mai più, non ho nemmeno saputo come si chiama, ma mi piace immaginarle un nome da eroina, sbandata nel vento.

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